giovedì 26 aprile 2012

ELEONORA FERRI - da Un infinito numero di Sebastiano Vassalli: selezione antologica


Il tempo

Questo brano, collocato all’inizio del libro Un infinito numero di Sebastiano Vassalli, riporta le parole della voce narrante, Timodemo, rivolte al suo interlocutore, al quale narra l’intera storia.
Il tempo riveste nel romanzo un ruolo fondamentale, preannunciato all’inizio del libro dal brano che segue, e viene presentato implicitamente anche in molte vicende: ad esempio, quando nel tempio di Mantus i protagonisti hanno la possibilità di scegliere se viaggiare nel futuro o nel passato. Il futuro per i Rasna (ovvero gli Etruschi) è ormai poco, perché essi sono destinati a estinguersi, mentre il passato nasconde segreti che Virgilio vuole trasformare in verità, per scoprire come fosse Enea, e come, con i suoi compagni, avesse fondato la città. 
Ci sono tuttavia storie che rimangono sospese fuori dal tempo - afferma Timodemo - perché i loro protagonisti ne conoscono o ne vogliono conoscere soltanto una parte. Per confermare la sua teoria, Timodemo ricorda Virgilio, che presentò la storia di Enea come un'impresa eroica e valorosa, anche se nella realtà Enea stesso era ben altro: un uomo «grasso e schifoso, più viscido di una lumaca e più puzzolente di un porco». 


“Il tempo, - disse Timodemo, - è pieno delle nostre storie e non sa cosa farsene. E anche noi, che siamo i personaggi di quelle storie, finiamo poi sempre per soffermarci su un dettaglio, e perdiamo di vista l’insieme…”
[…] “Ci sono storie, - mi rispose dopo un breve silenzio, - che rimangono sospese fuori del tempo perché i loro personaggi ne conoscono soltanto una piccola parte, e perché nessuno riesce a vederle per intero. Sembra incredibile ma è così. Anche il mio amico Virgilio, nei suoi ultimi giorni e mesi di vita, si era reso conto di essere passato vicino a una di quelle storie, e di non avere saputo riconoscerla...”

ELISA MONARI - da Un infinito numero di Sebastiano Vassalli: antologia



La città cogli occhi di un bambino

Nelle prime pagine del libro Un infinito numero di Sebastiano Vassalli, Timodemo descrive la città di Nauplia in cui vive, e in un primo momento essa sembra quasi una città ideale, in cui le persone vivono in serenità e armonia. A Nauplia, infatti, le finestre delle case sono dipinte con i colori dell’arcobaleno, non piove mai e c’è sempre il sole.
Per Timodemo, a Nauplia i bambini sono come i cani: l’unica eccezione sta nel fatto che questi ultimi non hanno un posto dove trascorrere la notte, a differenza dei bambini, che dormono in un letto caldo nelle loro camere.
Timodemo, inoltre, descrive la maniera in cui le donne si agitano e urlano quando cade in mare un bambino e muore annegato. Si tratta di un’immagine che difficilmente si trova descritta nei libri quando l’autore vuole presentare una città. A Nauplia succede anche questo, e il narratore vuole mostrare, oltre agli aspetti positivi, anche gli eventi drammatici che accadono.
Infine, viene presentata la madre, Pasitea: una donna che si occupa del figlio senza avere un marito e che, per vivere e mantenere il figlio, fa la prostituta. Timodemo dice che gli uomini che vengono a casa sua sono sempre diversi e che le portano ogni volta indumenti o cibo, si sdraiano sul letto e ogni tanto lo prendono in braccio. Man mano che la narrazione prosegue, Timodemo entra sempre più nello specifico e nel dettaglio: dalla descrizione della città di Napulia, a quella dei bambini, fino ad arrivare alla descrizione della madre, del suo lavoro e del suo aspetto fisico.

“Mi chiamo Timodemo e sono nato in Grecia, in una piccola città di nome Nauplia, a poche miglia da Argo. Nauplia è il nome di un borgo in riva al mare; e io, quando vado indietro con la memoria fino ai giorni della mia infanzia, rivedo una strada che scende verso una spiaggia piena di scogli, e un grappolo di case imbiancate a calce, con le porte e le finestre verniciate nei colori dell'arcobaleno: il rosso, il giallo, l'azzurro, il viola, il verde smeraldo... Anche le barche dei pescatori che ci sono giù al porto sono dipinte con gli stessi colori e, in più, mostrano sulle fiancate immagini di draghi, di arpie, di divinità infernali o celesti. In quel posto c'è sempre il sole, e non piove mai. (Io, almeno, non ricordo di aver visto piovere).
Ci sono molti bambini e molti cani che gironzolano da una casa all'altra e poi ritornano sul molo del porto, i bambini per giocare tra le reti e le barche tirate in secco, e i cani per disputarsi qualche carogna di gabbiano o per stendersi al sole. Ogni tanto si sentono delle grida e si vedono delle donne che corrono verso gli scogli, dove altre donne scarmigliate indicano un punto nell'acqua: "È lì! No, è lì!" Queste cose succedono quando cade in mare un bambino; ma, in genere, nel momento in cui le donne gridano non c'è più niente da fare, perché il bambino, dopo aver annaspato per un tempo ragionevole, è andato sott'acqua. I bambini, a Nauplia, sono poco più numerosi e poco meno randagi dei cani. L'unica differenza fra le due tribù, quella dei bambini e quella dei cani, è data dal fatto che i cani, di notte, dormono dove capita, mentre i bambini dormono dentro alle case. Quasi tutti (bambini e cani) hanno dei genitori.
Io ho una madre, Pasitea, con due poppe grandi ciascuna come la mia testa, e i capelli neri tenuti sciolti che le arrivano fino in vita. Attorno a mia madre ci sono uomini sempre diversi che le portano roba da mangiare o vestiti, si sdraiano sul suo letto e qualche volta prendono in braccio anche me”.

venerdì 20 aprile 2012

ANNA DE DEO - Il bosco nella Primavera di Botticelli



Nel dipinto La Primavera di Sandro Botticelli ci sono nove figure, che si trovano su un prato erboso, ricoperto da centonovanta piante fiorite, delimitato da un boschetto. 

Le piante sono quelle che fioriscono a Firenze tra marzo e maggio, ma non sono riprese dalla realtà: sembrano piutosto delle montature. 
Il bosco che ricopre lo sfondo del quadro è ombroso, su uno sfondo azzurrino, e gli alberi sono aranci ricchi di frutti e arbusti vari.
L'arancia, simbolo dell'amore, contribuisce al significato del dipinto, mentre l'illuminazione in un solo punto del bosco crea un'atmosfera tranquilla, dai toni sommessi: quello qui raffigurato è insomma il tradizionale topos del bosco della cultura europea, ricco di riferimenti e allusioni soprattutto alla filosofia neoplatonica.

Infatti, Mercurio, al margine del bosco, collega cielo e terra con lo scettro e dunque unisce la realtà terrena a quella divina, facendosi simbolo dell'amore intellettuale, contrapposto a quello sensuale di Clori e Zefiro. Analogamente, le piante sono assunte come emblema di perfezione e rappresentate tramite idealizzazioni.  

ELEONORA FERRI - L. Sepùlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore: la bellezza delle cose, la bellezza delle parole


L’amore per la lettura

Questo brano riporta il dialogo fra il protagonista del libro, Antonio Josè Bolivar e un ecclesiastico, sbarcato a El Idilio per volontà delle autorità religiose con il compiti di battezzare i bambini e di mettere fine ai concubinati. 

Il religioso aspetta per tre giorni che qualcuno sia disposto a portarlo nei piccoli villaggi ma, vista l’indifferenza degli abitanti, decide di tornare a casa. Mentre aspetta la barca, tira fuori dalla tasca un libro, immediatamente notato dal protagonista.
Questo episodio spiega l’interesse e la passione che egli ha per la lettura, nonostante le difficoltà che incontra nel praticare questa attività, che per lui è diventata una fuga dalla realtà.
Il frate enfatizzava le parole accarezzando la rovinata copertina di cartone. Antonio Josè Bolivar lo guardava affascinato, sentendosi pungere dall’invidia.
“Ha letto molti libri?”
“Un certo numero. Prima, quando ero ancora giovane e non mi si stancavano gli occhi, divoravo ogni opera che mi capitava fra le mani.”
“Tutti i libri parlano di santi?”
“No. Nel mondo ci sono milioni e milioni di libri. Sono in tutte le lingue e toccano tutti i temi, compresi alcuni che dovrebbero essere vietati agli uomini” 

Antonio Josè Bolivar non capì quella censura, e rimase con gli occhi inchiodati sulle mani del frate, grassocce, bianche, sulla copertina scura.
“Di che parlano gli altri libri?”
“Te l’ho detto. Di tutti gli argomenti. Ce ne sono di avventure, di scienza, storie di esseri virtuosi, di tecnica, di amore…”
L’ultimo caso lo interessò. Dell’amore sapeva quello che dicevano le canzoni, specialmente i ballabili cantati da Julito Jaramillo, la cui voce di guyaquilegno povero sfuggiva a volta da una radio a pile rendendo taciturni gli uomini. Secondo i ballabili, l’amore era come la puntura di un tafano invisibile, ma ricercato da tutti.
“Come sono questi libri di amore?”
“Di questo temo di non poterti parlare, Ne ho letti appena un paio.”
“Non importa. Come sono?”
“Be’, raccontano la storia di due persone che si incontrano, si amano e lottano per vincere le difficoltà che impediscono loro di essere felici.”
Il richiamo del Sucre annunciò il momento di salpare e lui non osò chiedere al frate di lasciargli il libro. L’unica cosa che gli lasciò fu un maggiore desiderio di leggere.


Antonio e la società occidentale

Il brano che segue racconta come Antonio Josè Bolivar sia totalmente estraneo alla società occidentale e come ami dedicare il suo tempo libero ai romanzi d’amore. Non è mai stato nelle grandi città europee e deve sforzarsi per riuscire a immaginare la loro modernità e grandezza. Viene dimostrato anche indirettamente il suo grande amore per la natura affermando che per lui è incomprensibile e imperdonabile che i personaggi dei libri che legge non si curino di poterla sporcare e rovinare. 

Antonio Josè Bolivar Proano dormiva poco. Al massimo cinque ore per notte, più due alla siesta. Gli bastavano. Il resto del tempo lo dedicava ai romanzi, a divagare sui misteri dell’amore e a immaginare i luoghi dove erano ambientate le storie.
Quando leggeva di città chiamate Parigi, Londra o Ginevra, doveva compiere un enorme sforzo di concentrazione per riuscire a immaginarle. Solo una volta aveva visitato una grande città, Ibarra, di cui ricordava vagamente le strade col selciato, gli isolati di case basse, simili una all’altra, tutte bianche, e la Plaza de Armas piena di gente che passeggiava davanti alla cattedrale.
Era questo il suo maggiore riferimento riguardo al mondo, e quando leggeva le vicende ambientate in città dai nomi seri e lontani, come Praga o Barcellona, gli pareva che Ibarra, col suo nome, non fosse una città adatta ai grandi amori. (….)
Ma soprattutto gli piaceva immaginare la neve. L’aveva vista, da bambino, come una pelliccia d’agnello distesa a seccare sui bordi del vulcano Imbabura, e a volte gli sembrava una stravaganza imperdonabile che i personaggi dei romanzi la calpestassero senza preoccuparsi di insudiciarla.


La bellezza delle parole 

Il brano seguente spiega l’impegno e la passione che il protagonista dedica alla lettura. Per lui leggere è un bene prezioso, una compagnia per la sua vita solitaria, distrutta in seguito alla morte della moglie. Tutto ciò che gli è più caro e indispensabile per la sua esistenza sono infatti due cose banali a cui molti non attribuiscono la giusta importanza: la dentiera e la lente di ingrandimento. 

Antonio Josè Bolivar sapeva leggere, ma non scrivere.
Al massimo riusciva a scarabocchiare il suo nome quando doveva firmare qualche documento, per esempio in periodi di elezioni, ma avvenimenti del genere si presentavano così sporadicamente che lo aveva quasi dimenticato.
Leggeva lentamente, mettendo insieme le sillabe, mormorandole a mezza voce come se le assaporasse, e quando dominava tutta quanta la parola, la ripeteva di seguito. Poi faceva lo stesso con la frase completa, e così si impadroniva dei sentimenti e delle idee plasmati sulle pagine.
Quando un passaggio gli piaceva particolarmente lo ripeteva molte volte, tutte quelle che considerava necessarie per scoprire quanto poteva essere bello anche il linguaggio umano.
Leggeva con l’aiuto della lente di ingrandimento, il secondo suo più caro avere. Il primo era la dentiera.

mercoledì 11 aprile 2012

CHIARA SOMMAVILLA - Esiste davvero la pazzia? Cosa significa essere folli?


EVOLUZIONE DELLA FOLLIA NEL CONTESTO STORICO-SOCIALE DAL MEDIOEVO AL XIX SECOLO

Nell'antichità il giudizio sulla follia era in genere negativo: per i Greci antichi, ad esempio, pazzo era colui che perdeva il proprio controllo e la propria dignità. Nel Medioevo, invece, il folle era una figura presente nella vita quotidiana e la pazzia per lo più veniva accettata, mentre nel Rinascimento essa era considerata da un lato un'esperienza rivelatrice delle emozioni, da un altro una devianza che bisognava reprimere: nella letteratura è infatti dal personaggio di don Chisciotte, nel '600, che la follia inizia ad essere vista come un superamento della ragione, in quanto questo eroe è dotato di più fantasia delle persone "normali".
Solo dal XIX secolo la pazzia viene considerata una malattia, si approfondirono gli studi su di essa e si cerca di individuarne le cause per trovare le cure più opportune.

LA FOLLIA COME FONTE DELLA VERITÀ

Non possiamo dare un'unica definitiva spiegazione della follia. Secondo la concezione comune, essa è l'agire senza ragione, il compiere atti temerari e irragionevoli. Foucault, filosofo e saggista, sostiene invece che la follia ha la funzione di rivelare verità nascoste.
In effetti, quando i personaggi letterari sono folli, lo sono per dire o indicare una verità che si può intuire solo da una prospettiva diversa da quella normale. La letteratura rivela insomma, attraverso la parola dei "folli", verità che solo la follia riesce a mostrarci.

L'AMOROSA FOLLIA DI ORLANDO

Oltre alla follia funesta, che genera furor di guerra, delitti, sacrilegi ecc., esiste anche una follia amorosa, come quella rappresentata da Ariosto nell'Orlando furioso.
Orlando scopre l'amore segreto tra Angelica, sua amata, e Medoro, quando capita nel bosco dove essi si sono amati, vede incisi i nomi dei due innamorati e apprende da un pastore della loro unione. Egli allora impazzisce per il dolore, compie azioni insensate, correndo nudo e distruggendo tutto quello che incontra.
La follia di Orlando viene descritta in modo analitico e con precisione clinica: dalla rivelazione del reciproco amore tra l'amata e Medoro, attraverso le fasi del dubbio e della gelosia, fino allo scoppiare della pazzia. La causa che la scatena è il desiderio in Orlando di amore, che purtroppo però non è corrisposto.
Ariosto chiama insomma follia quelle forze presenti in ogni uomo, che non sono controllabili dalla ragione. Orlando diventa furioso non riuscendo a governare la propria follia dal momento che il suo senno è accecato dalle illusioni amorose.

LA PAZZIA È DENTRO OGNUNO DI NOI

Una differente lettura del fenomeno della follia ci arriva da Erasmo da Rotterdam, che nell'Elogio della follia ce la presenta in modo positivo, come forza vitale degli uomini, grazie alla quale è possibile l'illusione sulla vita reale, altrimenti detestabile.
Erasmo afferma che gli uomini sono stolti poiché cercano di allontanarla, nonostante sia la follia la vera fonte di felicità e, spesso, perfino più saggia della stessa saggezza.
Erasmo ci parla peraltro di due pazzie: la pazzia negativa che comprende l'avidità, la brama di possesso e le violenze, e la pazzia positiva, che è la capacità di sognare e di avere delle illusioni.

Attualmente nella nostra società la pazzia è considerata una malattia: perciò sono state create delle apposite cliniche psichiatriche. Questi centri, a differenza dell'antichità, non sono posti dove i malati vengono rinchiusi e torturati, ma dove il malato può recarsi di sua spontanea volontà, se lo ritiene necessario. Anche se a causa di questa malattia spesso si sentono accadere episodi terribili, di solito in un contesto familiare, molti malati sono riusciti, grazie all'aiuto degli psichiatri, a guarirne.

venerdì 6 aprile 2012

Filippo Baietti, il bosco dei cavalieri del santo Graal in Italo Calvino

Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Nel VII capitolo del romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino si parla di un inquietante bosco nel momento in cui Agilulfo e Torrismondo discutono sulla verginità di Sofronia, perché il giovane cavaliere dice di essere suo figlio. Torrismondo sostiene infatti che Sofronia lo abbia concepito con uno dei cavalieri dell’Ordine del Santo Graal, poiché ella andava a giocare ogni giorno con loro nel fitto della foresta che circondava il castello in cui abitava, ed era stato appunto a causa di questi giochi fanciulleschi che, appena tredicenne, era rimasta incinta.

Il bosco a cui si riferisce questo flashback è un luogo cupo e tenebroso, dove vivono i cavalieri che, in una misteriosa relazione di magia con la selva, incutono paura e timore sia al lettore che al protagonista del brano, Torrismondo.

Tale foresta per i cavalieri del Santo Graal da un canto è un rifugio dove possono trovare le fonti necessarie per il sostentamento, dall'altro serve a fortificare la loro volontà di isolamento dal mondo, perché è il luogo ideale per dedicarsi alle preghiere, ma soprattutto per migliorare le proprie arti di combattimento. Tuttavia, siccome i cavalieri si dimostrano minacciosi, anche la selva pare cupa e ostile nei confronti di Torrismondo.

Massimiliano Petrasek-Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto (1595-1596)



Nella storia dell’arte il paesaggio e in modo particolare il bosco hanno avuto una posizione rilevante, come si può notare nel quadro Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio. In primo piano vi è la rappresentazione della sacra famiglia e dell’angelo: una scena semplice, intima, ma descritta con accurato realismo. Si notino ad esempio le penne nere delle ali dell’angelo e il pentagramma tenuto in mano da S Giuseppe. 



La nostra attenzione, però, si rivolge al boschetto, alle spalle dei personaggi: Caravaggio per la rappresentazione della natura che circonda la sacra famiglia ha usato colori autunnali; il boschetto sullo sfondo, con un laghetto appena accennato, contrasta con il verde fogliame posto in primo piano, su cui giace la Madonna con il bambino, qui rappresentata come una normale madre che, stanca del lungo viaggio, cerca di proteggere il suo bambino.
Infine, sempre inerente al bosco, quello che è da notare è il fatto che, oltre ai colori autunnali, un poco spenti, che contrastano con le tinte accese delle figure, il boschetto pare un luogo pacifico,  che con la sua natura accoglie e protegge la Sacra Famiglia.

Giulia Carnevali - Cervantes, Don Chisciotte (1605-1615)


Il protagonista della storia è un hidalgo spagnolo di nome Alonso Quijano, ossessionato dai romanzi cavallereschi,  ai quali si dedica nei momenti di ozio. La loro lettura lo appassiona  talmente, da trasportarlo in un mondo irreale e fantastico, in cui si trasforma in un cavaliere errante con la missione di difendere i deboli e di riparare i torti.
Alonso diventa così il cavaliere Don Chisciotte de la Mancha e inizia a girare tutta la Spagna con il suo cavallo un po’ malandato. Nella sua follia, trascina con sé un contadino del luogo, Sancho Panza, al quale promette il governo di un’isola, a patto che gli faccia da scudiero.
«..a questo punto soffiò un po’ di vento e le grandi pale cominciarono a muoversi e Don Chisciotte disse, vedendo ciò: quand’anche muoviate più braccia del gigante Briareo,me la pagherete!..»
Ormai immedesimato nella figura di un valoroso cavaliere, l’hidalgo spagnolo è talmente immerso nelle sue visioni, da arrivare al punto di scambiare i mulini a vento per grossi giganti da sconfiggere; allo stesso modo, egli idealizza anche il paesaggio intorno a lui, e scambia per boschi intricati e folti luoghi di campagna in realtà un po’ aridi, e solo con qualche cespuglio qua e là, quali sono quelli tipici dell’altopiano di Castiglia nella Mancha, situata nel centro della Spagna.
Dunque, i luoghi descritti in questo romanzo possono essere contrapposti ai loci amoeni dell’Aminta di Tasso o al bosco dell’Orlando Furioso, poiché mentre questi sono completamente frutto dell'immaginazione degli autori, quelli del Don Chisciotte sono sì snaturati dall’immaginazione del personaggio principale, ma pur sempre ispirati a una realtà storica concreta.

lunedì 2 aprile 2012

Alice Massi - La selva dei suicidi


 Il Canto XIII dell’Inferno di Dante Alighieri (1307 circa)


Nel canto XIII dell'Inferno, Dante e Virgilio giungono in una selva intricata e oscura, in cui non si scorge alcun sentiero. Gli alberi del bosco hanno foglie scure, rami nodosi e contorti e non hanno frutti ma spine velenose. Tra rovi così pungenti, afferma Dante, vivono le Arpie, mostri semiumani che, appollaiati sugli alberi, emettono orribili lamenti. In questo bosco cupo e ostile, risuonano lamenti e gemiti, ma non si vede chi li emetta. Dante strappa un ramo da una pianta, e vede uscire sangue scuro, mentre risuona una voce gracchiante, affaticata: la selva in cui si trova il poeta è infatti la selva dei suicidi, che sono qui trasformati in piante per l’eternità. Il bosco, oscuro e inquietante, è poi percorso da cagne nere, affamate e veloci, che rincorrono gli scialacquatori e spezzano i rami delle piante, aggravando le pene dei suicidi.




In questo canto Dante propone un’immagine della selva come luogo di dolore e sofferenza, ma anche di grande inquietudine. E’ un posto disabitato e isolato, come testimonia l’assenza di un sentiero, ma è al contempo spaventoso e agghiacciante, in particolare per i rumori sinistri che vi risuonano e per le piante che versano sangue marcio, nero. La negatività del bosco è espressa dalla triplice anafora nella seconda terzina, costruita con frasi antitetiche: “Non fronda verde, ma di color fosco, non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti, non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco”. Il bosco che descrive Dante è un vero e proprio locus horridus, spaventoso e innaturale. Tre sono i particolari che mostrano l’innaturalezza del bosco: l’assenza di un sentiero, i gemiti e i lamenti, la presenza delle Arpie e delle cagne. Questo locus horridus, che Dante riprende dal celebre episodio di Polidoro narrato da Virgilio nell’Eneide (canto III), assume qui però un significato allegorico cristiano: la selva diventa simbolo dell’anima priva della luce di Dio, del traviamento e del disordine morale. In Dante poi, l’intervento del meraviglioso, a differenza che nell’Eneide, è sostenuto da un rigoroso concetto morale: con il suicidio l’uomo ha rifiutato il corpo, che è stato creato da Dio, il quale per questo lo trasforma in una creatura arborea e innaturale.

Michele Gandolfi - Il bosco dell’Aminta (1573)


Nell’Aminta di Torquato Tasso, così come in tutti i poemi pastorali precedenti e successivi, le scene che narrano l’amore del pastore Aminta per la ninfa Silvia si svolgono all’interno di un “locus amoenus”: un bosco dove la natura vive incontaminata e in perfetta sintonia con l’uomo; un bosco rigoglioso, pieno di alberi e prati fioriti, che rimanda alla tradizione dell’età aurea, ormai perduta dagli uomini, in cui si viveva serenamente.
L’unica legge che vige all’interno di questo luogo ideale è quella della natura, dedita all’amore e che invita ad esso, come suggerisce il motto “S'ei piace, ei lice", ovvero "Se ti piace, è lecito”.

Sofia Di Sarno,Martine Giuliani,Elisa Monari,Lucrezia Serra,Elena Tenti - Boschi dal Medioevo ad oggi (2)


Il bosco di Nastagio degli Onesti (1351)

Nella celebre novella del Decameron, la selva di Classe incornicia le vicende, che vedono come protagonista un giovane ragazzo della borghesia di Ravenna. Solitamente, nella tradizione medievale, le storie erano racchiuse da un luogo subito rappresentato totalmente ostile oppure accogliente: in questo racconto, invece, la barriera tra “locus amoenus” e ”locus horridus” è molto labile. All’inizio, infatti, il bosco è un elemento positivo di pace, tranquillità e di evasione; ma verso la metà della novella, quando il ragazzo vede la scena infernale, il bosco comincia a mutare e diventa il luogo perfetto per tramare malvagi pensieri.
In verità, in questo episodio non si capisce se il bosco è veramente un elemento in continua mutazione, oppure se è frutto di uno sguardo alterato dalla follia d’amore e dalla solitudine. Certamente, però, la cornice della selva gioca un ruolo molto importante, perché essa è la mediatrice dei pensieri e sentimenti non solo del protagonista, ma indirettamente anche del lettore.

Concerto campestre (1510 circa)


È un'opera sicuramente dipinta da Tiziano Vecellio, anche se sono stati avanzati dubbi sul fatto che possa essere di Giorgione. Quest’ultimo, però, non avrebbe mai rappresentato in questo modo corpi di donne nudi; quindi, si può affermare quasi con certezza che il quadro sia di Tiziano, che comunque riprende una tematica cara al mondo di Giorgione.
Infatti, è questo il primo quadro di Tiziano in cui il ruolo del paesaggio è sostanziale. In questo paesaggio agreste sono presenti quattro soggetti: due donne nude, una che versa dell’acqua e un’altra, seduta su un drappo bianco, che suona il flauto, accompagnando il giovane di fronte a lei, che suona il liuto, seduto di fianco ad un altro uomo. Il panorama del bosco è determinante per precisare l'equilibrato rapporto fra natura e uomo. Alcuni critici sostengono infatti che le due donne nude siano delle allegorie, ovvero che siano in realtà due ninfe, che personificherebbero appunto lo spirito della natura. I due uomini invece, essendo vestiti, fanno parte della cultura e dell’epoca di quel tempo, e non guardano le due ninfe, come se non potessero vederle. La ninfa seduta ha in mano un flauto, e ciò significa forse che la musica, intesa come capacità di creare armonie e melodie, appartiene alla natura.
Il quadro è quindi una metafora della musica, rappresentata dagli uomini che suonano e dono che ci dà la natura, raffigurata invece dalle due ninfe.

La selva di Saron (1575)

La selva di Saron è descritta nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, ed è il luogo dove i cristiani si recano per prendere la legna. La selva è però sotto l’incantesimo di Ismeno, un mago malefico che la popola di demoni. Perciò, i cavalieri di Goffredo di Buglione, una volta arrivati nella selva, scappano impauriti, perché vi sentono rumori strani e spaventosi.
Infine, Tancredi si reca nella selva e, con coraggio, percuote con la spada un cipresso, dal quale esce la voce di Clorinda. Secondo questa voce, lo spirito della donna amata, uccisa da Tancredi per errore in duello, si trova all’interno dell’albero: in realtà, si tratta solo di un’illusione della malefica magia di Ismeno.
La selva incantata è dunque costituita da alberi e piante di ogni genere, in cui i cavalieri rivedono i propri tormenti e le angosce che  turbano le loro menti. Viene descritta come un “locus horridus”, un luogo spaventoso, fonte di ostacoli e di terrore per chi vi entra. Il “locus horridus” si contrappone al “locus amoenus”, ovvero il luogo luminoso, in cui regna la serenità e in cui gli uomini possono abbandonarsi ai propri piaceri.
Infine, la selva rappresenta il luogo della seduzione e della dispersione, dovute a tutti gli ostacoli che la natura contrappone al compimento dell’impresa.

La foresta di Macbeth (1605circa)                                                                                       

La tragedia di Shakespeare Macbeth è ambientata in Scozia, e narra la storia di Macbeth, potente generale, e del suo declino, causato dalla moglie e dalla sua voglia di potere. Il sovrannaturale è presente sin dall'inizio dell'opera, quando al protagonista si presentano tre streghe, che gli profetizzano il suo futuro e gli predicono che diventerà re di Scozia al posto di re Duncan.
Il bosco in questione non è un vero e proprio bosco, ma è costituito dall'esercito dei “buoni”, guidato da Macduff e Malcom, che si travestono con rami e marciano contro il castello di Macbeth. Questo crea terrore in Macbeth, proprio perché la visione della foresta che si muove è talmente sovrannaturale, da portarlo ad impazzire. In tale senso, la foresta è anche in questo testo luogo del soprannaturale, proprio come in molte opere letterarie di tutta Europa.
   

Caperucita en Manhattan (1990)

In questo romanzo, Martin Gaite riscrive la storia di Cappuccetto Rosso a noi tutti nota, ambientandola ai giorni nostri, e prendendo come protagonista la piccola Sara Allen, una bambina di dieci anni vivace e sognatrice. Sara intraprende un viaggio per andare a trovare la sua adorata nonna, ma non più in un bosco vero e proprio, come lo intendevano Perrault o i fratelli Grimm nelle prime versioni della storia, ma nel “bosco” simbolico di Brooklyn. E in effetti, se mai una ragazzina si trovasse a fare un percorso da sola e ad affrontare delle insidie al giorno d’oggi, quale miglior posto di una città piena di vita e caos? Da un canto, il bosco di Brooklyn presenta molte novità che incuriosiscono e rendono felice Sara, in una scena che riproduce quella di Cappuccetto Rosso che raccoglie i fiori e saltella felice sul sentiero che la porterà dalla sua nonna. D’altra parte, vi sono anche molte insidie, come Mr. Wolf , proprietario di una pasticceria pronto a tutto pur di riuscire nel suo intento di diventare sempre più ricco, il quale inganna la bambina per arrivare prima a casa della nonna e rubarle la ricetta della torta.
Possiamo inoltre aggiungere che il racconto è sì ambientato a New York, ma del resto Central Park è un luogo ottimale dove ricreare un bosco.

domenica 1 aprile 2012

Melissa Desiderio,Eleonora Ferri,Faatma Jendoubi,Vittoria Torresani,Elena Vivit-Boschi dal Medioevo a oggi



La selva di Dante: Inferno I (1307circa)


Nel primo canto della Divina Commedia di Dante è descritta la selva oscura nella quale si addentra il poeta, simbolo della corruzione e del peccato. Egli nel mezzo del cammin di nostra vita prende consapevolezza della condizione negativa in cui è entrato quasi inconsapevolmente, e che è anche la condizione di corruzione dell'intera umanità.
Nel periodo in cui scrisse l'opera, l'Alighieri viveva un momento di crisi: la Divina commedia rappresenta appunto un cammino di purificazione per lui e per tutta l'umanità.
Questa selva appare così amara che la morte è una cosa appena peggiore. Durante il suo cammino attraverso la selva, Dante incontra tre belve, che raffigurano per allegoria i tre peccati più gravi: incontinenza, violenza e frode. Dopo l’incontro con le tre belve, Dante vede accorrere in suo aiuto Virgilio, il quale rappresenta la ragione umana e quindi la via della salvezza, poiché lo condurrà attraverso tutto l’Inferno e  il Purgatorio.
La selva è un bosco fitto, esteso, buio (cosa che richiama la morte); è popolata da animali feroci e il pericolo vi è sempre in agguato. Non vi sono sentieri né percorsi segnati: è quindi un luogo privo di certezze.
Questa visione negativa della selva come locus horridus richiama alla mente una situazione da cui è difficile uscire sia fisicamente che psicologicamente. Nella selva penetra infatti con difficoltà la luce, simbolo di vita. Contrapposto alla selva è il luogo aperto, illuminato dal sole, che è invece rassicurante, perché consente l'orientamento.


La Tempesta di Giorgione (1505-1508 circa)




La tempesta di Giorgione , uno dei quadri più famosi del Cinquecento, è un dipinto olio su tela databile al 1505 circa e conservato nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.
La novità consiste nell’indagine del paesaggio e della meteorologia. I personaggi sono assorti, non c'è dialogo fra loro, e sono divisi da un ruscelletto. Sullo sfondo, invece, si nota un fiume che costeggia una città, passando sotto un ponte.
La natura rappresentata assume un ruolo centrale: il cielo è livido e nuvoloso, fortemente scuro, derivato da Leonardo Da Vinci, ed è trafitto da un lampo luminoso che si abbatte sul paese, secondo un'iconografia che compare qui per la prima volta nella storia artistica.
È un’immagine molto naturalistica, ma anche magica e misteriosa, in cui viene rappresentata una vegetazione che fa da cornice all’architettura; tale vegetazione non è ricca e folta, ma alberi e cespugli sono disposti vicino agli altri elementi compositivi.
Ciò che di più cattura la nostra attenzione sono i due alberi, tipici dell’Italia Centrale, posizionati rispettivamente quasi alle estremità del quadro.

La fuga di Angelica nell'Orlando Furioso (1532)

(L. Ariosto, Orlando Furioso, canto I)


Angelica fugge fra boschi spaventosi e bui, per luoghi inabitati, solitari e selvaggi. Il sentir muoversi le fronde degli alberi l'ha impaurita e ad ogni ombra che vede teme sempre di essere inseguita. Fugge da ogni animale e sospettosa trema di paura: e a ogni ramo che tocca passando, crede di cadere nelle fauci della bestia feroce. Vaga giorno e notte, finché si ritrova in un bosco leggiadro, leggermente mosso da un vento fresco. Qui le sembra di essere al sicuro e decide di riposarsi un po'.
Il bosco in cui fugge Angelica, dunque, è un luogo che le incute timore e paura; forse molto simile a quello dove fugge Biancaneve, per esempio: qui ogni cosa può sembrare qualcosa di pericoloso solamente per frutto dell'immaginazione. Tuttavia, il giorno seguente Angelica si ritrova in una parte del bosco ben diversa: la selva si presenta ora soleggiata, attraversata da due dolci ruscelli che con il loro lento scorrere diffondono un'armonia dolce da ascoltare. Qui Angelica non ha nulla da temere, e si lascia cadere sull'erba per riposarsi dal lungo vagabondare a cui è stata costretta.


D. Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio (1935)

Il luogo dove è ambientata la storia è il Bosco Vecchio, una foresta irreale ed immaginaria, popolata dai geni, creature benevole che risiedono all'interno dei tronchi e soffrono a causa del continuo taglio degli alberi. In questo bosco ogni elemento naturale ha la propria anima: esso è un luogo ricco di odori, colori, suoni, in cui si possono sentire parlare i fiumi, gli alberi, le foglie, gli uccelli, il vento, e in cui tutto è animato e magico.
Grazie alle minuziose descrizioni dell'autore, capiamo che il bosco è un luogo che può essere veramente apprezzato e compreso unicamente dai bambini. Essi, grazie alla loro fantasia e alla loro innocenza, riescono a cogliere fino in fondo i segreti della natura. Gli adulti, invece, come l'ex colonnello Procolo, personaggio severo, freddo e povero d'animo, non possono comprendere la natura del bosco.
In questo libro, è evidente l'intento dell'autore di trasmettere un messaggio importante: la natura va sempre rispettata, e viene quindi condannato il fenomeno della deforestazione e della distruzione violenta delle foreste in tutto il mondo.

Italo Calvino, Il bosco sull’autostrada (1963)

Il racconto "il bosco sull'autostrada" è tratto dal libro Marcovaldo ovvero Le stagioni in città di Italo Calvino.
A casa di Marcovaldo è finita la legna e la famiglia cerca di riscaldarsi con la poca rimasta. Marcovaldo decide così di andare a legna, anche se sa che in città è difficile trovarne. Intanto uno dei suoi figli, Michelino, legge un libro di fiabe, nel quale si parla del figlio di un falegname che usciva con un'accetta e andava nel bosco a fare legna. Così Michelino e i suoi fratelli capiscono che bisogna dirigersi proprio lì, nel bosco, anche se, abitando in città, nessuno sa esattamente come sia fatto. I bambini decidono di uscire lo stesso e durante il loro percorso vedono solo case e la strada che, piano piano, si trasforma in autostrada. Ai lati di essa, i bambini trovano il loro bosco, dai tronchi fini, diritti o obliqui, con chiome piatte e estese, e dalle forme più strane e dai colori più originali: ma questi "alberi" non sono altro che cartelloni pubblicitari.
Il racconto di Calvino vuole quindi farci capire come chi viva e cresca in città non conosca a pieno e in profondità la natura, non avendo l'opportunità di stare a contatto con essa. Nel brano c'è perciò un contrasto tra il valore positivo della natura e quello negativo della vita nelle città dei nostri giorni. Viene così messo in risalto il rapporto natura-città e, con esso, l’autore vuol farci capire quanto, ormai, la natura sia stravolta dalle città industriali. Nel racconto di Calvino, infatti, non si parla di un vero bosco, ma di uno spazio artificiale, con il quale tuttavia veniamo a contatto più spesso di quanto non ci capiti con la natura.